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MUTTI ADOLFO.  Brescia, 16 gennaio 1893 - 25 aprile 1980.

Dire del pittore Adolfo Mutti può essere facile, se ci si arresta all'uomo sorridente, aperto che si incontra durante visite a gallerie d'arte o lo si raggiunge nello studio alto su vasta parte della città: come facile e piacevole può apparire la sua pittura dai limpidi toni nei paesaggi o nei ritratti dalla evidente resa fisionomica, dalla plasticità mai remore alla immediatezza.Ben più ardua la ricerca dell'animo dell'Artista, ben più meditata comprensione richiedono i valori della sua opera. A questa ricerca può giovare ripercorrere a ritroso la vita e l'attività di Adolfo Mutti il quale, iniziati gli studi nella ben nota scuola Moretto, ha poi frequentato l'Accademia Carrara di Bergamo.  Ponziano Loverini e il nostro Arturo Castelli gli sono stati maestri: due pittori che nelle opere hanno lasciato parlare l'animo fondamentalmente mistico Meditazione, ispirazione sorrette da nobiltà di sentire, con la severità di impegno di chi si dedica soprattutto alle vaste composizioni parietali, ove non è consentito cedimento tecnico, e che si elevano in virtù di chiarità interiori.  Che Mutti abbia inteso l'insegnamento morale, prima ancor dell'artistico, lo prova un episodio: pur avendo vinto due volte il Legato Brozzoni, istituito dal civico Ateneo per incoraggiare e sorreggere promettenti artisti bresciani, soltanto nel 1928 il nostro pittore ardisce allestire la sua prima mostra personale, presso la galleria di Dante Bravo; proprio in quella occasione, N. F. Vicari, recensendo favorevolmente la esposizione, sottolinea il carattere severo, esigente di Adolfo Mutti. Lo studio assiduo, appassionato del maestri antichi gli è ulteriore guida, ma anche motivo di profondo smarrimento.  Tuttavia, dal confronto umilmente postosi trarrà quella preparazione riflessa, oltre che in pagine scritte, nella autorevolezza di giudizi espressi in giurie e commissioni artistiche, nell'esperto e ascoltato consiglio offerto a galleristi e antiquari fra i più quotati. Cenni, questi, bastevoli a rischiarare l'intimo di un uomo intransigente con se stesso, benevolo con i colleghi, prodigo con i giovani che gli si accostano per un consiglio.  La citata mostra personale racchiude motivo caro al pittore: di faccia ai suoi erano quadri di Giulio Cantoni (v.), amico fratello.  Già è stato detto della pluridecennale vicinanza dei due pittori, della affinità degli animi e della comunione di ideali che mai hanno scalfito la originalità della loro pittura. Rileggendo le molte pagine dedicate ad Adolfo Mutti ci si convince che la sua attività rappresenta veramente significativo punto che ben riflette i fermenti artistici cittadini del passato secolo rimeditati con sensibilità attenta alle innovazioni culturali contemporanee. Ma l'aggiomamento, evidente nelle sue tele, va di pari passo con la interiore rielaborazione per non sconfinare dalla coerenza di una professione amata e svolta con chiarità di intenti.  Al postimpressionismo (altri fa il nome di Spadini) più che ad artisti concittadini, par accostarsi il tratto di Adolfo Mutti: tratto fattosi via via più sicuro ed essenziale, soprattutto nei ritratti dove dominano i toni bassi, rosati e le terre a creare visi sul quali l'ombra è rotta da luci improvvise, a dar palpito al colorito della carnagione (incamato) a dar pensosità allo sguardo quasi sempre penetrante zone fonde sotto le arcate sopracciliari; a dar sostanza ai corpi e ai panneggi dalla larga fattura lineare.Anche il paesaggio si distende nel tratto largo, ravvivato da succosa rapida e pur meditata pennellata.  Per non dire delle nature morte, dei fiori prediletti che della natura sono raccolto riverbero. Il quadro di Adoìfo Mutti par prendere avvio da velature oltre le quali si intravedono il disegno e il colorito intenso piano di fondo, per compiersi a mezzo di pochi, rapidi tocchi costruttivi.  Certe tele si fari preziose per levità di riflessi, per palpiti di atmosfere dalle luci azzurrine e terse, per biancori di soffici nevicate; i ritratti hanno, con la rassomiglianza, penetrazione spirituale che pochi san rendere. Dopo il 1928 Mutti ha allestito numerose altre mostre: presso la Galleria Campana, la Galleria d'Arte; due volte (1928-1930) è presente a Venezia; espone pure a Bergamo e, in sindacali, a Torino, Milano, Firenze.  Ma ben presto si chiude in un lungo silenzio; proprio quando la pittura sembra poter garantire serenità per la famiglia, deve in altro modo provvedere alle necessità contingenti. Partecipa, in vero, ad alcune collettive, ma soltanto nel 1964 torna evidentemente alla pubblica attività con una personale allestita nelle sale della Galleria A.A.B. Con altra del 1966 conferma quella fecondia che lo caratterizza anche in seno al gruppo dei «Sette pittori della Realtà» e nelle successive sortite. Ad ogni comparsa si confermano altresì felicità inventiva, freschezza di ispirazione, sobrietà della composizione. Quante case cittadine s'adomano di opere di Mutti, quanti hanno desiderato da lui un ritratto: basti qui citare il dott.  Berlucchi, il dott.  Giorgio Nicodemi, il co: Teodoro Lechi, il notaio Bonicelli e i suoi famigliari, il sig.  Micheletti... né mancano Gallerie pubbliche, come la bresciana Pinacoteca o quella milanese che custodiscono dipinti suoi. V'è da ricordare che Adolfo Mutti, negli anni Trenta, è stato collaboratore di giomali e periodici locali, nelle pagine del quali ha illustrato insigni monumenti e opere d'arte.  Non pochi giovani sono stati a lui vicini per apprendere l'arte pittorica, soprattutto negli anni Sessanta-Settanta.

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