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MARIOLI MARINO (Baldovino).  Botticino, 21 aprile 1910 - Brescia, 6 aprile 1975.

Plasmare anime, questo l'ideale in vita di Marino Marioli.  Ideale perseguito tormentosamente, che lo indusse ad affrontare incomprensioni, esperienze le più diverse e viaggi e lontani soggiorni. Frequentato il cittadino Liceo Arnaldo, si laurea brillantemente in Lettere presso l'Ateneo padovano.  Ancor giovane studente, la passione per il teatro, alimentata dalla guida di Anton Giulio Bragaglia: è quindi protagonista di rappresentazioni goliardiche, animatore di dibattiti culturali dalla inconfondibile impronta negli anni sperimentali della televisione.  Compiutosi il secondo conflitto mondiale, che lo ha visto per quattro anni in Ungheria quale direttore dell'Istituto di cultura a Kassa e internato per un anno, per non aver aderito alla repubblica di Salò, al rientro in Italia, oltre all'insegnamento svolto nelle aule del Liceo Calini, dell'Istituto magistrale «V. Gambara», del Castelli allestisce numerosi spettacoli, fra i quali amava ricordare «Il mio cuore sugli altipiani» di William Sarojan, rappresentato nel 1947 entro lo scenario di palazzo Martinengo e la «Regina di Francia», «Lungo pranzo di Natale», «Stilita», dando poi vita al centro ricreativo OM, postosi in evidenza per la scuola di arti figurative e per aver favorito l'appro'do in città di noti esponenti della cultura, da Guido Piovene a Ungaretti. Anche il giornalismo l'attrae al rientro dalla prigionia: sia pure saltuariamente collabora a giornali; celato dietro vari pseudonimi anima la rivista «Arbiter». «Erano i tempi in cui, qua e là, negli squallidi condomini della speculazione qualcuno, volonteroso, isolato, cercava di dargli calore, il senso dell'antiprigione», Marino Marioli non nega il suo raffinato gusto per dare un tocco di signorilità e di vita agli appartamenti di amici, di conoscenti; tralasciando questa attività non appena spuntano «architetti faccio-tutto-lo» (son parole di Bruno Marini) così come fu gesto di ribellione alla incomprensione il volontario «esilio» a Ischia, dove il professar Marioli si afferma pittore. Non improvvisazione tuttavia, perché se l'amore per il teatro aveva toccato la vetta con l'allestimento memorabile di «Adelchi» interpretato da Vittorio Gassman e rappresentato fra i resti suggestivi del Foro romano, la sensibilità nel campo delle arti figurative Marioli aveva palesato ordinando la mostra commemorativa di Angelo Inganni (aprile-maggio 1955) e quella dedicata a «P'ttori dell'Ottocento bresciano» (1 956), nel salone Vanvitelliano di palazzo Loggia. Ma anche sul far degli anni Cinquanta, in occasione del «Premio Brescia», che infuocò il clima artistico nostro, era emerso: solo che il riconoscimento gli era derivato da tema ritenuto minore, quello della sezione grafica-pubblicitaria. Pittore dunque, espose in mostra personale alla Associazione artisti bresciani nel marzo 1968, rivelandosi attento conoscitore delle correnti innovatrici, plastico e colorista singolare, dal sicuro tratto. Forse un che di pudore o di timidezza lo indusse a celarsi dietro il nome «Baldovino», e con tale nome a presentarsi in catalogo. Se di Marioli subito fu noto il «personaggio» snobistico e insieme ribelle, precorritore dei tempi, di mode, di scoperte, se quelle succintamente ricordate sono le tappe emergenti d'una attività fervida, a volte coraggiosa, il frutto d'una tensione mai tradita dalla esteriore placidità del gesto, quasi insofferenza, aveva bisogno di tempo per maturare, perché rivolto ai giovani.  Un frutto racchiudente vibrazioni d'un cuore sensibile e ansioso di purità.

BIBLIOGRAFIA

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