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 INFORMAZIONI DELL'ARTISTA
 

GHELFI AUGUSTO.  Pontremoli, 3 settembre 1911.

Fratello di Luigi (v.) e di Gianni (v.).Di famiglia toscana, ancor giovane si è trasferito a Brescia, inserendosi nel clima artistico locale e affermandosi fra i più significativi esponenti del gruppo che in città rappresenta l'avanguardia, soprattutto nel dopoguerra quando, con gli amici di corso G. Mameli, propose fermenti giunti da oltre Alpe. Lo si ritrova in manifestazioni pittoriche bresciane fin dal nascere degli anni Trenta.  Anni durante i quali viveva nella stessa casa di A. Cavellini, in corso Marneli. I paesaggi d'allora già indicavano la predilezione per i tenui colori «forse perché stimolati dal panorama delle Alpi Apuane dov'è nato e dove ritorna ad ogni vacanza estiva».  Ed erano gli anni in cui l'arte era svolta nell'esiguo tempo che il lavoro gli consentiva. Ciò non di meno, si possono citare le ripetute presenze alle sindacali provinciali, il Premio Bergamo, dove si è evidenziato.li secondo conflitto mondiale sembra attenuare l'attività di Augusto Ghelfi, che tuttavia si afferma in collettiva e nel 1943 può allestire la sua prima mostra personale presso la Galleria di Dante Bravo, in volto Paganora. t con il concludersi della guerra che il pittore dà l'avvio a nutrita serie di mostre personali e di partecipazioni a significative manifestazioni; definendo al tempo stesso la formulazione del suo mondo pittorico con quel postcubismo ormai ampiamente noto non soltanto ai bresciani.  Presente alla prima vasta rassegna allineata dagli artisti bresciani nel palazzo della vecchia Posta nell'ottobre 1945, Augusto Ghelfi ha quindi partecipato ad altre collettive provinciali quali il Premio Iseo (1947), il Premio Gavardo (1953), il Premio Gardone R. (1953), l'Orzinuovi (1957), le edizioni notissime del «Premio Brescia» (1952 e 53), a Breno (1959) a Garda (1962), fino alle locali manifestazioni in Vescovado, in S. Giuseppe e nel Vecchio duomo negli anni Sessanta e Settanta. Ha nel contempo esteso la sua adesione a mostre allestite in varie città, fra le quali possiamo ricordare il Premio Matteotti (Milano, 1945, 46, 48), la Mostra nazionale del paesaggio (Trento, 1945), Orizzonti della pittura (Milano, 1946,1963), i Premi Golfo di La Spezia (1 949 e 50), la Il Quadriennale romana (1 9 52), per non dire delle ricorrenti mostre nella natia Pontremoli (1 952, 54, ecc.) e, ancora, in Monza e Novara (1956), Parma (1958), Bologna, Cremona, Lucca, Genova, Verona, Sarzana (1 975) meglio identificabili nelle pubblicazioni ricordate nella nota documentaria.  Oltre i confini, opere di Ghelfi sono state esposte in Germania, Tokio, alla I Biennale di Woterbury, negli Stati Uniti. La citazione, riservata alle più significative collettive, può esaurirsi con le recentissime «Perché l'uomo viva» all'U.C.A.I. di via Pace e «Brescla'80», del maggio 1980.  Le mostre personali, oltre alla già menzionata del 1943. sono state allestite alla «Galleria Montenapoleone» di Milano (1956), all'«Arici club», Brescia, 1957; alla «Ghelfi» di Verona (1961), alla «S.  Michele»,(Brescia,1969,71,73,74,75),quindisiricordanolesingolediGavardo(1974),Vestone(1975),Bovezzo(1977).  Frutto d'un animo contemplativo sono anche vari dipinti a tema sacro: una pala resta nella cappella di villa Baldini a Scorano di Pontremoli; un paliotto in casa Cassano Sorlini (Brescia), e le numerose vetrate, fra le quali si ricordano quelle: in villa Baldini a Scorano, nella parrocchiale di Fagarole di Monticelli d'Ongina, nella Grotta di Lourdes ricomposta nella chiesa di Zeri (Massa Carrara), nella cappella dell'asilo di Vezza d'Oglio, nella cappella funeraria Sorlini (Vantiniano); quella voluta da Mons.  Carlo Manziana ad adomare l'ingresso alla bella chiesa dell'Oratorio S. Filippo, oltre ponte Mella (1963), quelle, alfine, della chiesa di S. Maria Crocifissa di Rosa.  L'opera per la ardita piramide ha richiesto due anni di lavoro e rappresenta il più evidente segno di una attività abbracciata con particolare entusiasmo da Augusto Ghelfi, tanto che già sta meditando le otto vetrate per la nuova parrocchiale di Darfo.  Se questo può essere il succinto curriculum espositivo e creativo di Ghelfi, l'opera sua di cavalletto prende avvio con maggiore evidenza intorno agli anni Cinquanta quando, con l'intensificarsi di sue presenze in pubblico, è possibile seguire, anno dopo anno, il frutto di una intensa ricerca, di un coerente affinamento. Ghelfi entra dunque nell'esiguo gruppo che in città «muove la ventata animosa dell'avanguardia».  Il postcubismo che il pittore propone è caratterizzato dapprima da una «macerazione del colore nella luce, fin quasi alla sua ascetica consunzione, con un biancore monacale, un pallore di muro lavato dagli anni e dalle intemperie». Le sfumature dei lievi colori si fanno tenuissime per ricomporre paesi lunigianesi abbiacinanti.  Accanto al paesista si afferma il pittore di opere sacre, dalla insolita tonalità, quasi da icona; forse non è estraneo a questa rinnovata visione il soggiorno breve di Russia, che ha suggerito anche paesaggi moscoviti, con quelle caratteristiche case innevate. Un'opera resta a Mosca, presso l'Accademia. Un profondo silenzio avvolgente subentra, come silenti e invitanti alla meditazione sono tutti i dipinti di Ghelfi, d'una lieve purezza che, accostata da Gianni Colosio, ha reso timido il critico di fronte ai dipinti «come se temessi di rompere le sottili trame della loro poesia con la pesantezza del mio sguardo».

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