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Foppa Vincenzo. Bagnolo Mella, 1427/1430 - Brescia 1515/1516.

“Appartiene a quella generazione di animosi (il Mantegna anzitutto, il Tura e poi Gentile e Giovanni Bellini, Antonio Rizzo e Cristoforo Mantegazza) che, tra il 1450 e il ‘60 furono pionieri, nell’Italia settentrionale, del più ardito gusto rinascimentale”.

Quest’affermazione di E. Arslan che introduce alla parte della “Storia di Brescia” dedicata a Vincenzo Foppa, già dice il livello a cui seppe giungere il nostro pittore concordemente ritenuto il caposcuola del Rinascimento lombardo.

Qui ci si deve limitare a tratteggiare il percorso artistico che, dalle giovanili derivazioni dalla transazione e bembesche, lo porterà a personale e alta espressione; tanto che al ritorno a Brescia, il consiglio gli decreta stipendio annuo perché più si allontani. E a Brescia sarà anche maestro in scuola pubblica di pittura e architettura. Forse egli stesso intagliatore, attraverso l’arte sua spargerà qualche influsso sulla scultura lignea.

La sua prima opera certa è del 1456: i Tre Crocifissi della Pinacoteca bergamasca, già un “pensiero che, fino alle più tarde opere, gli sarà caro: dettato costantemente dall’intento di creare, attraverso forme ispirate a volumetrie rinascimentali, uno spazio architettonico che dia respiro e corpo alle figure e profondità alla scena”, così come l’affermarsi precoce del problema della luce, non ignorato dal Caravaggio.

Perduta la tavoletta raffigurante la Madonna col Bambino e un libro, sono da ricordare le altre due tavolette coi SS. Teodoro e Agostino di museo milanese, derivanti forse dal polittico eseguito per il Carmine di Pavia nel 1462.

Si è ormai alla maturità della forma di Vincenzo Foppa; se già aveva operato nel Duomo di Milano affrontando una vetrata coi temi del Nuovo Testamento; se già, anche se scarsamente documentato, aveva operato a Pavia, ed a Genova si era cimentato (per tornarvi in epoca successiva) con la volta del Duomo dove altresì decora la cappella dedicata a S. Giovanni Battista (della quale però nulla resta), proprio allora Francesco Sforza lo impegna in importanti lavori.

Il nome dell’artista deve correre fra gli appassionati e i mecenati se il Filarete lo annovera fra i massimi di quel periodo.

Lavora per il Banco Medico a Milano (1462-1464). Per dipinti oggi custoditi in collezioni londinesi, di Berlino, nell’Art Museum di Denver, perviene a realizzare la Madonna del libro milanese, considerata il suo capolavoro di quegli anni.

A Pavia riappare nel 1465 per dipinti nella Certosa; Monza poi, quindi la Cappella Portinari in S. Eustorgio di Milano, altra vetta pittorica, tanto che gli storici dell’arte non esitano ad affermare che “Foppa, più vecchio del padovano, pervenne a risultato certamente più moderno del Mantegna”.

Ma altre opere occorre almeno citare fra le numerose custodie nei civici Musei di Milano, Bergamo, Pavia, Savona, Releigh (North Carolina), Correr di Venezia, Metropol Museum di New York, la National Gallery di Londra, a Detroit o in raccolte italiane e straniere private; per finire con la Pinacoteca bresciana dove si trova anche lo Stendardo di Orzinuovi; la Natività nella vecchia parrocchiale di Chiesanuova e la Vergine, attribuitagli da pochi anni da Gaetano Panazza, nella chiesetta detta dei Borra, nel pressi di via Oberdan. Proprio di questa sacra immagine, la Madonna della collezione Johnson di Philadelfia sarebbe copia.

Occasione preziosa per approfondire l’opera di Vincenzo Foppa e proporne collocazione nel tempo in cui l’artista ha operato, è stata la mostra “Vincenzo Foppa. Un protagonista del Rinascimento” che Brescia ha voluto dedicargli, riunendo non pochi capolavori nel Museo di Santa Giulia dal 3 marzo al 29 giugno 2002.

L’evento è riflesso nel catalogo curato da Giovanni Agosti che si è avvalso della collaborazione di autorevoli studiosi (M. Natale e G. Romano).

La rassegna ha sostanzialmente confermato quanto del tragitto esistenziale del Foppa era noto. Ha invece posto accento particolare sul “grigio”, colore su cui si è puntato per attuare l’allestimento della rassegna, attribuendo a quella tonalità la possibilità di dare vita a una dimensione che pone in risalto cose molto umili. E che troverà accoglienza nelle suggestioni morettesche, nella pittura bresciana del Cinquecento, e capace di annodare Foppa a Caravaggio.

BIBLIOGRAFIA

Sta in: G. AGOSTI, AA. VV., “Vincenzo Foppa. Un protagonista del Rinascimento”, Brescia, Museo di Santa Giulia, 3 marzo - 29 giugno 2002, Stampa, Milano, 2003.

Si veda inoltre: GIO. CA., Oro e cognizione del dolore, “AB” n. 70, primavera 2002.

Vincenzo Foppa, l’uomo d’oro, “STILE Arte” n. 56, marzo 2002.

 
 


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