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Ferramola Floriano. Brescia, circa 1480 - 3 luglio 1528.

E’ annoverato fra i maggiori pittori bresciani operosi fra il Quattro e Cinquecento. Figlio di Lorenzo, apprezzato artigiano del legno, varie sono le ipotesi avanzate dagli studiosi circa le possibili fonti della sua formazione pittorica.

La mancanza di prime opere certe ancor oggi nega di conoscere e risolvere ogni dubbio. Solo nel 1507-1508 si ritrovano suoi certi dipinti, e giovanile può essere il Cristo portacroce della Pinacoteca nostra, in cui l’effetto chiaroscurale e la mesta essenzialità possono essere fatti risalire al Foppa e alle “formule del più stanco leonardismo”.

Ma nell’affrontare l’esame dei successivi dipinti si affacciano altri nomi di artisti ai quali Ferramola deve aver guardato, dimostrando così una apertura che supera i confini provinciali.  Pur legato per un verso al gotico internazionale, non pochi spunti sembrano derivati dal Bergognone, da Boccaccino, Bramantino fino a Giovanni Bellini, per tornare ai bresciani, Romanino per primo, mentre altri effetti luministici fanno pensare a Mantegna.

I soli nomi citati attestano che il pittore nostro può decorosamente figurare nel gruppo dei bresciani che “con il loro eclettismo hanno portato quella vena classica, sia quella che vien dal Bramante, sia quella che viene, attraverso l’Emilia, dall’Italia centrale che forse non è stata del tutto insensibile nella formazione del ritmo e dell’equilibrio moretteschi”.

Certo, la serena sognante visione rinascimentale negò al Ferramola le possibilità di vedere oltre, tanto che non si accorse del vicino dramma che di lì a poco avrebbe sconvolto l’Italia. A tal proposito v’è l’aneddoto che lo dice protagonista d’un episodio avvenuto durante il sacco di Brescia perpetrato dai francesi di Gastone di Foix i quali, entrati nel palazzo dei Della Corte Borgondio dove stava dipingendo, vennero dal pittore, intento al lavoro, affrontati. Saputo dell’ardimentoso artista, il generale volle da lui il ritratto, compensato lautamente.

L’inesauribile pennello dell’artista ha operato in non pochi edifici sacri e profani sparsi in città e provincia: dalla chiesa di S. Giuseppe a quella di S. Lorenzo, a Irma; dal convento di S. Croce alle chiese di S. Eufemia a Nigoline e di S. Maria degli Angeli a Gardone V.T., al castello di Meano, al coro di S. Giulia, del 1527, compiuto pochi mesi prima della morte.

Ma ben più note sono altre opere decorative e di ritrattistica: la Natività del Museo civico di Pavia, collocabile fra il 1515 e il 1518; gli affreschi, ora dispersi, di palazzo Borgondio, databili il 1511-1512 ed ora divisi fra collezione inglese e la Pinacoteca nostra; la Madonna col Bambino, un tempo nella lunetta di Rodengo ed ora nei Musei bresciani, un’opera, questa, che sembra precedere la Madonna col Bambino fra i SS. Domenico e Caterina di Alessandria di Berlino (1513) a cui seguono le decorazioni nella chiesa di S. Maria in Valvendra a Lovere: qui il Ferramola si esprime su notevole piano creativo ed esecutivo. Con gli affreschi, la chiesa loverese custodisce le ante ordinate a lui e al giovane Moretto per l’organo del Duomo vecchio.

Ancora da ricordare gli affreschi ritraenti guerrieri originariamente in casa Della Corte Borgondio ed ora a Lonato, quelli della canonica della chiesa del SS. Nazaro e Celso (1512-1517).

Ma l’elenco potrebbe estendersi se qui si riunissero le opere citate da autori vari, fra i quali Stefano Fenaroli, che ricorda dipinti in Musei veneziani.

Fra i recenti episodi della memorialistica ferramoliana si pone il catalogo della mostra “Ferramola e Moretto.

Le ante dell’organo del Duomo Vecchio di Brescia restaurate” ordinata a cura di Massimiliano Capella, Ida Gianfranceschi ed Elena Lucchesi Ragni nel Duomo Vecchio dal 28 marzo al 9 maggio 2004.

Fra i numerosi saggi dovuti a noti esperti, “L’Annunciazione di Floriano Ferramla” redatto da Massimiliano Capella, autore di precedenti vari studi  sul pittore, proponente copiosa bibliografia alla quale si rinvia.

Nonostante l’opera del Ferramola si dispieghi in numerosi luoghi di culto cittadini e provinciali, in nobili palazzi, la critica storica sembra soffermarsi in particolare su due edifici chiesiastici: San Salvatore, Santa Giulia, e sulla “bellissima” sala di Palazzo Calini.

Episodi, si diceva, ma giusta premessa per una monografia che renda compiutamente la figura e l’opera di un pittore bresciano protagonista fra Quattrocento e Cinquecento.

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AA. VV., “Ferramola e Moretto. Le ante d’organo del Duomo Vecchio di Brescia restaurato”, Brescia, Duomo Vecchio, 28 marzo - 9 maggio 2004.

 
 


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